Biografia di Marietta Alboni

Marietta Alboni ritratta da un pittore dell'epoca

 

A partire dal primo immediato dopoguerra un ingiusto quanto inspiegabile silenzio è caduto sul nome di Marietta Alboni, uno dei più grandi contralti di tutti i tempi, un nome che ha onorato e dà lustro tuttora alla Romagna e a Cesena.

Era nata nel 1826 a Città di Castello (PG), che la ricorda con una corale a lei intitolata, da genitori romagnoli là trasferitisi, ma nei primi anni 30 ritornati nella terra di origine e sistemati definitivamente a Cesena. La numerosa famiglia abitava nella prima casa di via Porta Cervese, in angolo con le Mura di Ponente.

Sono quelli gli anni determinanti per la formazione di Marietta Cantante e lei ne parlerà con piacere e nostalgia nella sua biografia in lingua francese. Dolci ricordi! Quando era apprendista sarta così scriveva: "Alla fine della giornata noi prendevamo il volo come un gruppo di perniciotti. Le mie piccole compagne, animate dal piacere dei miei successi, imparavano i cori dei miei assoli e, dopo cena, andavamo sulle mura con i nostri genitori e cantavamo con gioia a cuore aperto." E poi ancora decenne: "Mi ricordo che in un Natale siamo state inviate una mia amica ed io a cantare nel Santuario della Madonna del Monte. Dopo la cerimonia un monaco venne a parlare con noi per sapere chi avesse cantato nella parte di contralto. Restò sbalordito quando mi presentarono a lui ed emozionato per il timbro della mia voce e mi disse: - Piccola mia, Dio ha voluto dotarvi in maniera straordinaria e può darsi che sarete chiamata ad un alto destino. Non assumete né vanità né orgoglio per ciò che Dio vi ha dato." 

Marietta Alboni

Aiutata in modo determinante dai suoi concittadini, proseguirà gli studi musicali a Bologna con Gioacchino Rossini, del quale sarà l'allieva prediletta e, a soli 16 anni, il 3 ottobre del 1842, cantò per la prima volta in teatro, al Comunale di Bologna, nei panni di Climene nella Saffo di Pacini. Debuttò alla Scala nella stagione 1842-43 con "Assedio di Corinto" di G. Rossini. Poi i trionfi a Parigi, in tutta Europa e nel mondo, gloria e ricchezze...ma non assunse mai né vanità né orgoglio per ciò che Dio le aveva dato.

Dal 1847 si stabilì definitivamente a Parigi dove cesserà di vivere nel 1894. Il grande musicista Camillo di Saint-Saëns ebbe a dire di lei nel 1911:  " - Cesena ha più dolci ricordi: in lei è cresciuta, è stata allevata Marietta Alboni, è là che essa prese le prime nozioni di un'arte della quale doveva essere una delle glorie."

L'Alboni va considerata come una delle maggiori cantanti della storia, e, con la Pisaroni, come il maggior contralto rossiniano del secolo scorso. Voce straordinaria per timbro, sonorità ed estensione, vantò una tecnica di fonazione altrettanto eccezionale. Rossini, secondo quanto ella stessa ebbe ad affermare, le ispirò fin dall'inizio l'amore per il canto esente da ogni forzatura e angolosità. Come i vari recensori rilevarono, cantava con la stessa facilità e disinvoltura con cui si parla, sia che spiegasse la voce nel fraseggio largo e vibrante, sia che affrontasse lo stile di agilità. La purezza del timbro invogliò i critici del tempo a descrizioni suggestive. In sostanza l'Alboni fu un raro esempio di voce sonorissima e dolcissima insieme e la sua gamma partiva dal "fa" sotto il rigo per giungere all'acutissimo "do" del soprano.

Il repertorio rossiniano fu quello che la mise maggiormente in luce e in quest'ambito Semiramide (Arsace) e Cenerentola furono le sue opere predilette anche perché, graziosa di viso ma di "taglia forte" ("Un elefante che ha ingoiato un usignolo", la definì una spiritosa signora francese), le mancava, per Rosina e per Isabella  dell'Italiana In Algeri, la figura scenica.

Come donna fu molto stimata: Berlioz la lodò caldamente per la serietà professionale; Rossini la predilesse, altri misero in rilievo il suo carattere mite, disinteressato e generoso.

Marietta Alboni è ricordata a Parigi da circa un secolo con una piazza ed una strada di un quartiere borghese ed agiato e dal dicembre 1989 Cesena la ricorda dedicandole il suo Coro Lirico e il 23 giugno del 2003, in occasione dell'anniversario della sua morte, le dedica una piazza, Piazzetta Alboni,  in pieno centro, a ridosso della casa dove abitò fanciulla.

 

 Cesena - La casa di Marietta Alboni all'inizio del secolo scorso       

Marietta Alboni è considerata una delle più celebri cantanti liriche della storia, forse il più grande contralto di tutti i tempi. Voce straordinaria per timbro, sonorità ed estensione, vantò una tecnica di formazione altrettanto eccezionale. La sua voce copriva due ottave dal sol basso al do acuto, ed era definita scherzosamente da Gioachino Rossini: "L' ultimo dei castrati". Anna Maria Marzia Alboni , detta Marietta, nacque il 6 marzo 1826 , da genitori romagnoli, a Città di Castello (PG), dove suo padre , dipendente della Dogana Pontificia, era stato trasferito.A breve la famiglia Alboni rientrò in Romagna stabilendosi definitivamente, forse già dal 1831, a Cesena. E qui Marietta, bambina prodigio, meravigliò con il suo canto i concittadini.

Dopo le prime nozioni musicali apprese da un fratello, studiò con Antonio Bagioli, Maestro di Cappella della Cattedrale di Cesena. Nel 1841, aiutata dalla generosità dei suoi concittadini, frequentò il Liceo Musicale di Bologna diretto dal Maestro Gioacchino Rossini, con cui ella aveva forse già avuto contatti sin dal 1839. Rossini si prodigò personalmente alla sua istruzione e Marietta può ben dirsi l' unica allieva del grande Compositore.

A Bologna, nel marzo 1842, in occasione della prima esecuzione italiana dello Stabat Mater di Rossini, l' Alboni fu una delle componenti il coro, ed a breve, preparata dallo stesso compositore, portò in tournèe lo Stabat Mater. Sempre nel 1842, terminò gli studi al Liceo Musicale e sostenne gli esami ottenendo il "primo premio di canto". Il 3 ottobre debuttò al Teatro Comunale di Bologna ed il 30 dicembre alla Scala di Milano. Allieva prodigio, della quale Rossini scrisse in una lettera indirizzata a Donizetti nel 1843, "la natura ha dotato questa ragazza di molti mezzi".

Quindi l' Alboni si fece conoscere in vari Paesi europei, ovunque acclamata. Nel 1846 con il ricavato di una piccola tournee a Praga comprò tra l' altro un palazzo di 29 camere a Cesena; tale era già all' inizio della carriera l' entità dei suoi compensi.

Nel 1846 si esibì anche in città italiane, tra cui Cesena dove tenne un concerto benefico nel nuovo Teatro Comunale.

Dal 1847 Marietta Alboni si trasferì a Parigi, ed il 9 ottobre debuttò al Teatro dell' Opera con enorme successo. L' ultima presenza dell' Artista in un teatro italiano fu al Carignano di Torino nel 1851, dove diede un concerto benefico, (uno dei tanti da lei dati per la causa italiana).

In quel periodo, ebbe contatti con Giuseppe Mazzini a Londra. Infatti, nel corso del decennio degli anni ‘40 l’attività politica mazziniana aveva avuto modo di valersi della musica sotto le più svariate forme di contributo. Risulta fondamentale, per il sostentamento della scuola fondata a favore dei piccoli italiani, l’apporto dei concerti di beneficenza. Uno dei sistemi favoriti era quello di invitare i celebri cantanti italiani residenti a Londra ad esibirsi in una serata di beneficenza, di solito organizzata a primavera inoltrata:  il soprano Giulia Grisi, Tamburini, Lablache, e più tardi anche la giovane Marietta Alboni offrirono a più riprese la propria ugola per raccogliere fondi.

In quegli anni la sua fu una presenza costante nei grandi teatri europei , ma nel 1852-1853 fece una tournée nelle Americhe. Debuttò il 23 giugno 1852 a New York ed il giornale N.Y. Herald scrisse: "mai vi fu un concerto più riuscito". La tournée americana durò circa 12 mesi, per l' Alboni fu un trionfo e guadagnò circa 20.000 dollari.

Nell' ottobre 1852, negli Stati Uniti , venne varato un veliero battezzato in suo onore "Clipper Alboni" e sempre nel 1852 in Francia battezzarono "Madame Alboni" un ibrido di rosa. Walt Withman, poeta e scrittore dell' ottocento americano, la cita più volte nei suoi lavori. Ebbe a dire di lei tra l' altro: " forse suoni più dolci mai uscirono da labbra umane" e nella raccolta di poesie " Foglie d' erba" la chiama " Orbe lucente, Venere contralto".

Scritti di poeti e romanzieri americani dell' 800, ci ricordano la fama della cantante italiana e si aggiungono a quelli di autori europei.

Attualmente varie fonti indicano nell' Alboni la mirabile interprete della canzone "La Paloma". Questo motivo, composto dal musicista spagnolo Yradier, pare sia stato reso celebre dalla Alboni all’ Avana nell' isola di Cuba. "La Paloma" è ritenuta una delle canzoni popolari più belle e famose che mai siano state scritte.

L' eccezionale estensione della voce consentì a Marietta Alboni di affrontare un vastissimo repertorio: Mozart, Bellini, Meyerbeer, Donizetti, Verdi, ma soprattutto ella fu una grande interprete rossiniana. L' opera che amò maggiormente fu "La Cenerentola " di Rossini.
Marietta ebbe la stima e l' amicizia di Rossini e per il Maestro nutrì sempre riconoscenza. Vivendo entrambi a Parigi, l' Alboni partecipò spesso ai "Samedis Musicaux" e cantò più volte accompagnata dal Maestro.

Alla morte di Rossini nel 1868, alla cerimonia religiosa alla Trinitè di Parigi straripante di folla e di celebrità canore, Marietta Alboni volle cantare assieme ad Adelina Patti un "Dies Irae" adattato sulla musica del "Quis est homo" dello Stabat Mater. Quelle due voci si alternavano generando stupore e commozione ma… "on n’a pas applaudi". Nel1887 ella desiderava poterlo fare anche in Santa Croce a Firenze nel giorno in cui le ceneri del Compositore vi fossero collocate ma motivi di ordine burocratico lo impedirono. Allora scrisse, "reclamo l' onore come italiana e come scolara dell' Immortale Maestro", ma ciò non fu possibile, "a causa di bizzarri intrighi" in seno al comitato organizzativo. Comunque ella fu presente nel Cimitero di Pére Lachaise a Parigi il 30 aprile 1887 alla esumazione del Maestro. Forse questo fatto contribuì a raffreddare i rapporti tra una donna che, pur trovandosi da 40 anni in Francia, continuava ad amare il suo Paese, e la patria di adozione.

Nel 1863 abbandonò le scene per accudire il marito malato, conte Carlo Pepoli (1824-1867). Nel 1869 portò in tournée la "Petite Messe Solennelle" che Rossini affermava aver composto espressamente pensando a lei quale esecutrice. Nel 1877 si risposò con Carlo Ziéger capitano della Guardia Repubblicana. Questi, nel 1910, fornì ad Arthur Pougin documenti e notizie orali per la biografia "Marietta Alboni" che fu edita in Francia nel 1912.

Il testo, tradotto dal  compianto Prof. Michele Massarelli, è ora disponibile anche in lingua italiana.
 

È importante anche esaltare, come scrisse Pougin, "le qualità morali della donna, la sua generosità e il suo animo liberale nei confronti di tutte le sventure"
Marietta Alboni morì il 23 giugno 1894 nella sua villa "La Cenerentola", ed è sepolta nel Cimitero di Pére Lachaise a Parigi.

Il testamento olografo del 28 aprile 1890 Marietta lo terminava con questo toccante pensiero:


È cantando
praticando questa arte suprema
e consolatrice fra tutte
che ho acquistato tutta la fortuna
che possiedo, e che lascerò
la vita, con questo dolce
pensiero di averne disposto
per incoraggiare e per consolare.


L'Alboni di cui anche in vita era nota la generosità , non solo per parenti ed amici, ha lasciato in particolare una enorme fortuna ai bisognosi di Parigi. La Città la ricordò subito intitolandole una strada vicino alla Tour Eiffel.


 

Prof. Piero Mioli

      UNA PICCOLA MARIA

     PER UN GRANDE CONTRALTO

 La vita, la carriera e l’arte di Marietta Alboni (1826-1894)

Foto del manifesto della conferenza

La rosa Alboni, il sigaro Alboni, la mantiglia Alboni, il clipper Alboni, e forse altro ancora: è vero che il mondo della musica e del canto è sempre stato molto amico della mitologia, che forse solo il cinema del ‘900 ha contato dive e divini come il teatro d’opera del ‘700-800, ma che nel corso della sua carriera di contralto la semplice, tranquilla, non bella né affascinante Marietta Alboni abbia meritato tanto da veder assegnato il suo nome a fiori, oggetti e simili (a proposito, il clipper è un “veliero veloce”) è segno di un valore artistico veramente straordinario. Nata a Città di Castello (Perugia) il 6 marzo del 1826, Maria Anna Marzia, figlia del tenente Eustacchio Alboni (originario di Bagnacavallo) e della signora Geltrude Massetti, con la famiglia si trasferì presto a Cesena, dove ebbe modo di manifestare e coltivare l’evidente propensione alla musica e l’eccellente natura vocale con il maestro Antonio Bagioli (il quale, vale la pena di riferirlo, si era formato alla superiore scuola bolognese di Padre Mattei erede di Padre Martini). Nel 1839, non senza difficoltà d’ordine economico e, come dire? geografico, si iscrisse al Liceo Filarmonico di Bologna, dove il grande Gioachino Rossini, non più operista militante ma fresco e provvido “consulente” dell’istituto pubblico, la prese a benvolere e soprattutto tenne a perfezionarla nel canto, formandola e preparandola completamente nella tecnica del belcanto di cui era stato l’ultimo alfiere autentico e riconosciuto. Né si limitò a questo, Rossini, ché quando, tre anni dopo, dovette far eseguire il suo Stabat Mater (dopo una prima francese e altre festeggiatissime esecuzioni straniere), nell’amata Bologna, precisamente in quello spazio dell’Archiginnasio che doveva poi sempre chiamarsi “sala dello Stabat Mater”, scelse proprio lei per la parte femminile grave; e subito dopo la segnalò all’impresario del Teatro Comunale che il 3 ottobre dello stesso 1842 la fece esordire nella Saffo di Pacini nella parte della dolce Climene e nella Lucrezia Borgia di Donizetti in quella del gagliardo Maffio Orsini.

   Dal Comunale alla Scala il passo fu breve, e altrettanto breve fu quello per Vienna e per S. Pietroburgo, città sensibilissime alla musica italiana che la ascoltarono in opere di Rossini, Donizetti, Bellini, Pacini, in opere poi dimenticate come la Ildegonda di Marco Aurelio Marliani e la Lara di Matteo Salvi. Durante il lungo e lento ritorno, ecco parecchi concerti in Polonia, in Germania, in Boemia, in Ungheria, e qualche opera intera come il rossiniano Tancredi a Berlino e a Praga la Consuelo di Luigi Gordigiani. Nel 1846 la ventenne Alboni era a Roma, nel ’47 passò da Venezia a Londra e da Parigi a Vienna, nel ’48 cantò a Londra, Bruxelles e Liegi, e così via, nei percorsi di una carriera ormai sensazionale e accanto a colleghi celeberrimi. Nel 1850 cantò ancora a Parigi, ma finalmente all’Opéra e in scena (prima in concerto o al Théâtre Italien), mietendo successi con le Prophète di Meyerbeer e la Favorite di Donizetti. Seguirono fitte scritture a Madrid, a Torino, ancora nelle amatissime Parigi e Londra, quindi in America (a New York nella stagione 1852-53) e sulla via del ritorno a Lisbona. Dal 1854 le notizie sulla carriera cominciano a diminuire: il fatto è che nel ’53, in quella Parigi dove aveva la residenza fin dal ‘47, la Alboni aveva sposato il conte bolognese Carlo Pepoli (omonimo e parente del librettista dei Puritani di Bellini) e che di fronte alla cattiva salute di un marito affetto da megalomania e manie suicide abbastanza presto, purtroppo, caduto nella follia (poi deceduto nel ’67) aveva diradato gli impegni, per ritirarsi ufficialmente nel ’63. Cantò ancora occasionalmente al funerale di Rossini, alla prima postuma della versione strumentata della Petite messe solennelle dell’adorato maestro, in qualche concerto di beneficenza, in qualche bella serata conviviale e amicale. Nel ’77, superata la cinquantina e abbandonato definitivamente il canto militante, si sposò con Charles Denis Ziéger e con lui visse tranquillamente dividendosi fra l’appartamento del corso della Regina (acquistato nel ’47) e la casa suburbana di Ville d’Avray (acquistata nel ’79). Nel 1890 fece testamento, nominandone esecutore il marito (“capitano anziano dell’armata francese e cavaliere della Legion d’onore”) e lasciando quasi tutto il suo patrimonio, ammontante a un milione e mezzo di franchi, alla città di Parigi a lei così cara; e rendite alle due sorelle e al fratello, gioielli e altro alle nipoti, donativi ai pronipoti, alla cameriera, a giovani studenti, a poveri e così via. Nel 1892 cantò un’ultima volta, a casa sua per festeggiare le nozze d’oro col canto (appunto a cinquant’anni dall’esordio bolognese), e alla tragica morte del Romeo di Vaccai fece seguire la buffa arietta di Berta del Barbiere di Siviglia (lei già grande Rosina). Morì serenamente nella villa detta della “Cenerentola”, vicino a Parigi, il 22 o 23 giugno del 1894 e fu sepolta senza alcuna pubblicità (come da testamento) nel cimitero del Père Lachaise. Cinque anni dopo il Museo Carnevalet di Parigi aprì una “Sala Alboni” che ospitava e metteva in mostra i ricordi e le reliquie materiali della vita artistica della titolare.

   Effettivamente la Cenerentola di Rossini si meritava il nome della villa della Alboni, ché era stata uno dei suoi cavalli di battaglia. Altre personaggi, altre opere, altri autori da lei cantati in aggiunta a quelli citati erano il Pierotto della Linda di Chamounix e il Gondì della Maria di Rohan di Donizetti, le protagoniste della Norma e della Sonnambula di Bellini, le protagoniste della Fille du régiment e della Anna Bolena di Donizetti, il Cherubino della Nozze di Figaro e la Zerlina del Don Giovanni di Mozart, la Fidalma del Matrimonio segreto di Cimarosa e il Paggio Urbain degli Huguenots di Meyerbeer, la Maddalena del Rigoletto e la Ulrica del Ballo in maschera di Verdi, e del prediletto Rossini la Isabella dell’Italiana in Algeri, la Rosina del Barbiere di Siviglia, l’Arsace della Semiramide, il Neocle dell’Assedio di Corinto, il Malcolm e la Elena della Donna del lago, il Pippo e la Ninetta della Gazza ladra (quindi altre parti e lavori di Mozart, Vaccai, Coppola, Halévy, Auber, Balfe, Weber, Flotow). Personaggi femminili ma anche maschili, come si vede, e come si sa scritture spesso contraltili ma talvolta sopranili (per tacere della curiosità onde al Covent Garden la Alboni ventiduenne cantò la parte baritonale di Carlo V nell’Ernani di Verdi) in opere di genere serio, semiserio e comico. La voce di Marietta Alboni, infatti, godeva di un’amplissima estensione che, compresa fra il Sol grave e il Do acuto, visto lo spessore del registro grave la poneva spontaneamente nei ranghi del contralto ma grazie all’ultima nota posseduta le permetteva anche di alzarsi comodamente al registro di soprano (anche se la chiusa cadenzante di ogni aria volgeva al basso). E siccome una lettera dell’interessata risalente al 1892 riferisce che in vocalizzo la voce poteva scendere al Fa e salire addirittura al Mi bem., ecco che il tipico repertorio del contralto belcantista e la possibilità di affrontarvi note acute o improvvisarvi puntature acute dovevano veramente essere il terreno ideale per la sua voce “straordinariamente estesa, eguale, pura, larga e possente nell’adagio, leggera e brillante nell’allegro” (come scrisse il “Cittadino” di Cesena alla notizia della morte). “Con l’espressione d’un clarino”, aveva detto Prosper Mérimée (l’inventore di un personaggio poi eternato nella mediosopranile Carmen di Bizet), e cioè di una tromba acuta (altra cosa il clarino piccolo o clarinetto); e con tutta la tecnica, la cura della fonazione, l’agilità, la perizia dell’ornamentazione, la cantabilità e la scioltezza del suono apprese alla scuola di Rossini direttamente e non di meno cantando le opere del maestro più efficienti di ogni trattato di canto.

   Qualche critica riferiva di alcuni suoni del registro centrale di per sé piuttosto deboli e a rischio di intonazione, anche se ben recuperati e propriamente “ricoperti” dalla giusta emissione, ma nessuna critica osò mai mettere in dubbio la qualità, la bellezza, la timbratura della voce della Alboni, vero e grande contralto all’occorrenza capace di atteggiarsi a soprano e come tale di trionfare nei panni di personaggi regolamentari come Arsace, Isabella, Cenerentola e Orsini, di affrontare la contraltile Rosina senza -notoriamente- cambiare una nota, di permettere a Meyerbeer di arricchire gli Ugonotti con lo speciale rondò “Nobles seigneurs, salut!” (contraltile e sopranile insieme), di conquistare la romantica e sublime Norma di Bellini (parte drammatica dall’acuto perfettamente sopranile) e addirittura la buffa Norina di Don Pasquale (parte schiettissimamente sopranile), di lambire la drammaturgia verdiana con un contralto come la Maddalena di Rigoletto e un mezzosoprano come la Azucena del Trovatore. È vero che nel primo ‘800 usava spaziare fra i repertori e i registri, che certe grandi primedonne (Colbran, Pasta, Malibran) alternavano il grave Tancredi di Rossini a soprani diversi (le tre citate alla Desdemona dell’Otello di Rossini, la prima a Semiramide e le seconde a Norma), che la Pisaroni aveva cominciato come soprano e si era trasformata in contralto, che la prassi della variazione e in particolare della “puntatura” aiutava ad alzare o abbassare, insomma a caratterizzare una parte secondo la bisogna: è verissimo, ma intanto la Alboni si trovò a operare nel pieno e non nel primo ‘800, e poi è indubbio che la sua non fosse una voce mista (nemmeno del tipo intermedio detto di Falcon) bensì una voce talmente dotata dalla natura e talmente perfezionata dalla tecnica da permettersi licenze, lussi e soddisfazioni sopranili senza per questo confondere la sua natura mirabilmente contraltile. Che fra l’altro, come si sa e s’è spesso ripetuto anche a sproposito, congiurava con un fisico, un volto, un aspetto notoriamente così poco gentile e aggraziato da invogliare l’interessata a calzare spesso abiti maschili, di paggi come Cherubino, Gondì e Urbano ma anche di giovanotti come Maffio Orsini; e a proposito della sua creatura certo più tenera e forse più amata ha fatto dire che “questa robusta Cenerentola avrebbe schiacciato, se l’avesse voluto, le sue magre e spregevoli sorelle” (Pougin).

   La voce di contralto era stata fondamentale nella storia del melodramma del ‘600-700, in versione sia maschile (leggi di castrato, dal Senesino al Farinelli) che femminile. Fra le donne, dopo la fiorentina Vittoria Tesi (1700-1775) dalle fortune ancora barocche, nel primo ‘800 erano emerse la fiorentina Marietta Marcolini (operante proprio a cavallo fra i due secoli), la veronese Adelaide Malanotte (1785-1832) e specialmente la piacentina Benedetta Rosmunda Pisaroni (vissuta fra il 1792 e il 1872, estesa dal Fa al Do); verso la metà dell’800 s’erano imposte la lombarda Marietta Brambilla (1807-1875), la francese d’origine spagnola Pauline García Viardot (1821-1910) e la torinese Carlotta Marchisio (1833-1919); nella seconda metà dell’800, infine, sarebbe apparsa la viennese Maria Waldmann (1844-1920). Ma la Waldmann, acclamata interprete di Verdi e per esempio dell’Amneris di Aida, era già un perfetto mezzosoprano, la Marchisio era un eccellente contralto di caratura belcantistica indifferente al soprano (e non solo perché cantava spesso assieme alla sorella Carlotta, soprano), la Viardot cantò magnificamente da contralto e da soprano (anche la Sonnambula di Bellini) ritirandosi presto dalla scene e preferendo il canto da camera e l’insegnamento, la Pisaroni non tardò a fermare la sua voce nel registro di contralto: onde è chiaro che la Alboni fu l’ultimo grande contralto di assoluta temperie belcantistica (dicasi pur rossiniana), una delle ultime voci femminili capaci del doppio registro, una delle poche cantanti di contralto interessate anche al nuovo canto mediosopranile (il primo in ordine cronologico, quello della Azucena del Trovatore), in tutto ciò confrontabile solo, e in parte, con la Viardot. Una voce di oro e velluto (Pougin), robusta come il metallo, morbida come la stoffa, preziosa come entrambi, capace di raccogliere “nella stessa gola Giulietta e Romeo, una capinera e una colomba sullo stesso ramo” (Gautier).

   In America, dove guadagnò qualcosa come 20.000 dollari, cantò anche la Paloma di Sebastián de Yradier, una canzone poi destinata a enorme popolarità, e forse la cantò per prima accompagnata dall’autore stesso (del resto cantò anche Eine Feste Burg di Martin Lutero). E ancora in America fu sentita da Walt Whitman, giornalista che esaltò la “liquida pienezza di quella voce di contralto” e fra le “rare briciole di ore felici” della sua vita non esitò a comprendere lo spettacolo delle cascate del Niagara ma anche “l’Alboni nella scena dei figli nella Norma”. Poeta, grande e anzi massimo poeta statunitense, Whitman dedicò alla Marietta anche una breve lirica, appunto A una cantante, alla quale dava un dono poetico già indifferentemente pensato per “qualche eroe, oratore o generale”; e nella lunga poesia Della bufera musica superba elencava decine e decine di occasioni musicali, si riferiva o alludeva a parecchi personaggi (Norma che stringe il pugnale, Lucia che impazzisce, Amina che si sveglia dal sonnambulismo) ed esclamava così: “L’ubertosa signora ecco arriva, / orbe lucente, Venere contralto, fiorente madre, / sorella agli dèi superi, la voce dell’Alboni ora ascolto”. La Alboni interprete anche dell’acutissima Lucia di Lammermoor di Donizetti? forse sì. Interprete anche della mediosopranile Venus del Tannhäuser di Wagner? Forse no, ma paragonare “un elefante che ha ingoiato un usignolo” (frase detta da madame Emilia de Girardin e attribuita anche a papà Rossini) a Venere era una felice espressione poetica che non poteva non rappresentare la felicissima realtà di quel canto indimenticabile.

   A ricordare il quale, però, alla lunga non potevano essere in molti, se non per altro perché nessuna forma d’arte è effimera come quella dell’interpretazione della musica: negli Émaux et cammées (Smalti e cammei) del 1852 Théophile Gautier inserì una poesia dedicata alla Alboni, “Vedi nell’antico museo”; “per festeggiare il sessantesimo anniversario di madame Alboni” Monsieur Jacques Normand aveva scritto una poesia, capoverso (tradotto) “Una voce penetrante e leggera, e così dolce”; nel 1912 Arthur Pougin pubblicò il volume Marietta Alboni (edito in Italia dal Ponte Vecchio di Cesena nel 2001, versione di Michele Massarelli); nel 1943 Giuseppe Adami diede alle stampe Tre romanzi dell’Ottocento uno dei quali era La cantante (Marietta Alboni); da alcuni anni, infine, opera a Cesena (esibendosi anche altrove) un coro che si è voluto intitolare a una “Marietta Alboni” sinceramente sentita come grande concittadina da ricordare e coltivare contro gli attacchi del tempo.

 


 Galleria di ritratti

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Tomba di Marietta Alboni
Cimitero Monumentale Pére Lachaise - Paris
 

FOTO E CIMELI

Questo manoscritto dell'Alboni è datato 1881, 13 anni dopo la scomparsa del grande compositore.

 

 

 

"L'arte del canto non c'è più

e non ritornerà

che con la sola autentica musica:

quella di Rossini.

Parigi 8 febbraio 1881

M.Z. Alboni"

 

Il Clipper ALBONI varato negli USA nel 1852

 

La Mantilla disegnata e confezionata per l'Alboni

La scatola del sigaro Avana dedicato all'Alboni

 

Cesena - Piazzetta M. Alboni, adiacente alla casa dove abitò da ragazzina.

 

Parigi - Rue de l'Alboni

Parigi - Place du Commerce. La sede del Conservatorio di Musica dedicato al grande contralto.

 

In considerazione della sua notevole mole, e forse per le assidue frequentazioni gastronomiche in casa Rossini,

altro amante della buona cucina,

   il nome dell'Alboni venne affiancato a questa salsa originale francese:

 

Pour la venaison:

Vin blanc, échalote, paprika, fumet de gibier, glasse, geniévre, thym, laurier, grosseille pignon.

 

 

 

 

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